Gela: la Stidda estorce denaro e Cosa Nostra non lo sa
La pax raggiunta tra le due cosche mafiose presenti nel territorio di Gela, Cosa Nostra e Stidda, per un attimo ha rischiato di saltare con tutte le conseguenze che potevano derivarne. L'episodio che ha generato malumori tra i due clan, è riconducibile ad un'estorsione compiuta da Enrico Maganuco, esponente di spicco della Stidda, ai danni dell'Ati, l'Associazione Temporanea di Imprese Gelesi cui erano stati affidati i lavori di ristrutturazione interna dell'ospedale Vittorio Emanuele, per un importo di 4.500.000 euro. Maganuco, successivamente arrestato dalla Polizia, secondo quanto emerso nel secondo filone d'inchiesta avviato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, non aveva registrato nel libro mastro delle estorsioni, la somma di 7500 euro, ricevuta dalla stessa associazione, in cambio di protezione, tentando di tenere per se il ricavato o comunque di favorire il clan di appartenenza. Tutto ciò ha irritato i rappresentanti di Cosa Nostra venuti a conoscenza del "tradimento" ordito dalla Stidda, solo per puro caso. Gli sviluppi della seconda fase investigativa, infatti, hanno evidenziato che due esponenti della cosca Rinzivillo, Emanuele Terlati, di 29 anni e Salvatore Azzarelli di 31, si sarebbero presentati presso il cantiere dell'Ati, negli ultimi mesi del 2004, chiedendo testualmente al direttore tecnico "come erano messi". Il tenore e la modalità della domanda e l'atteggiamento tenuto dai due, non hanno lasciato dubbi agli investigatori circa l'oggetto della loro visita. Il titolare dell'impresa, secondo quanto emerge dalle indagini, avrebbe risposto, usando una metafora, che già stava pagando "un santo" e che non era sua intenzione pagarne altri due. Il "Santo" cui si faceva riferimento altro non era che Maganuco. Verificata la notizia dell'avvenuto pagamento, i due esponenti di Cosa Nostra avrebbero assicurato all'imprenditore che "tutto era a posto", dal momento che era già intervenuto Enrico. Subito dopo la visita di Azzarelli e Terlati e chiarito che le somme percepite devono assolutamente essere registrate nel libro mastro, l'estorsione ai danni dell'Ati è stata debitamente registrata, così da dividerne i proventi in favore di emtrambe le consorterie mafiose. Per Emanuele Terlati e Salvatore Azzarelli, la Polizia e la Squadra Mobile di Caltanissetta, hanno fatto scattare le manette con l'accusa di tentata estorsione con l'aggravante di avere commesso il fatto nel periodo di sottoposizione alla misura di prevenzione. Terlati è stato arrestato a Gela, mentre Azzarelli ha ricevuto la notifica nel carcere di Cuneo dove si trova rinchiuso per un'altra estorsione, commessa ai danni di un commerciante gelese. All'inchiesta avviata dal sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Caltanissetta, hanno reso un notevole contributo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Cassarà.



