30.09.2014

Giuseppe D'Onchia - 10.05.2013 - 12:02

La notte dell’incendio del locale Hi Tech Cafè, in via Licata, divampato il 31 maggio del 2011, non era a Gela ma a Canicattì, dove alcuni giorni prima, era stato assunto con le mansioni di operaio di una ditta locale che si occupa di smaltimento e riciclo di rifiuti. Almeno così, al fine di escludere un suo coinvolgimento, aveva dichiarato dinanzi ai magistrati, Alessandro Di Fede, 22 anni, ritenuto l’esecutore materiale del rogo, commissionatogli dal gestore del negozio, Rocco Ascia, per incassare il premio assicurativo. L’attività lavorativa di Di Fede, si svolgeva proprio durante la notte e al fine di provare quanto affermato, l’imputato aveva prodotto anche alcune quietanze ed altri documenti sottoscritti dal titolare della ditta da cui doveva desumersi l’esistenza del rapporto di lavoro. Ma la Procura, in questo caso, ha voluto vederci chiaro ed ha effettuato tutti gli accertamenti necessari per verificare la credibilità di quanto sostenuto dall’imputato. Acquisiti i tabulati telefonici relativi alle notti in cui Di Fede si sarebbe trovato a Canicattì, è stato verificato che la sua utenza telefonica non si è mai spostata dal territorio gelese. Inoltre, la ditta che lo avrebbe assunto è inattiva dal 2008. Dunque delle vere e proprie carte false per il rogo doloso. Adesso la Procura della Repubblica, dopo numerose contraddizioni, incongruenze e false dichiarazioni, ha iscritto nel registro degli indagati, per il reato di favoreggiamento personale, il titolare della ditta ed il coniuge. Sono accusati di avere sottoscritto un falso contratto di lavoro e false quietanze di pagamento delle retribuzioni, al fine di eludere l’attività d’indagine per scagionare Alessandro Di Fede dalle accuse. Le indagini sono ancora in corso, considerato che sono emerse responsabilità di altre persone che avrebbero messo in contatto l’imputato e i titolari della ditta compiacente.

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