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L’Eni è solo uno degli approfittatori di questo territorio

06 Febbraio 2016
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Gela - La città, ridotta allo stremo, da una parte. La politica, sorda ed incapace a risolvere gli stessi problemi che ha creato, dall’altra. Gela sedotta ed abbandonata. Da quella politica che continua ad additare l’Eni come la causa di tutti i mali che attanagliano i gelesi.

E che, invece, è semplicemente una bella donna tradita e poi violentata dal suo stesso uomo. Non è l’Eni che ha tradito Gela. E non è l’Eni che l’ha stuprata ed abbandonata. L’Eni è solo uno degli approfittatori di questo territorio. Che, invece, il vero tradimento l’ha subito dai suoi stessi figli. Dai rappresentanti di loro. Da coloro che i cittadini si sono scelti in tutti questi anni per essere tutelati e difesi. Ed invece da quegli stessi “falsi gelesi”, o se volete gelesi veri ma che di Gela se ne sono altamente fregati, sono arrivate le coltellate alle spalle più feroci. L’Eni è eni anche a Porto Marghera, piuttosto che Livorno o San nazzaro dè Burgondi. Ma lì, in questi altro siti industriali italiani, la stessa Eni non si è comportata in maniera cinica come ha fatto e continua a fare a gela. Perché mai, se non perché a Gela ha trovato la più scarsa e becera classe politica che potesse augurarsi di trovare. Ma d’altronde, molti di loro, molti dei rappresentanti scelti dagli stessi gelesi, erano e, sono ancora, dipendenti dell’Eni. Iscritti a libro-paga contrattualmente. Altri politici, invece, pur non essendo dipendenti diretti di Eni nel tempo si sono iscritti ugualmente a libro-paga del colosso a sei zampe. E mentre accadeva questo la città veniva sistematicamente tradita. Giorno dopo giorno. Inesorabilmente. Fino al tragico epilogo di questi giorni. Con l’atto di morte firmato, colpevolmente e senza se e senza ma, il 6 novembre 2014 al Mise di Roma. Con un protocollo che è la certificazione notarile della resa finale della nostra politica all’Eni. Ed ora che, come dicono a catania, a Sant’Agata se la sono portata, i nostri eroici traditori provano a mettere le grate di ferro laddove non c’è più nulla da difendere e proteggere. Non restano che le parole di sconforto di una città colpita a morte, soprattutto, dagli stessi figli suoi. Gela, oggi, avrebbe tutto il diritto di gridare in faccia a questi rappresentanti politici la famosa frase pronunciata da Giulio Cesare in punto di morte: “Anche tu, Bruto, figlio mio”. Un pensiero che, ieri sera ad Agorà, un ex lavoratore dell’indotto Eni ha in effetti reso pubblico…. Con il conduttore, in studio quattro ex lavoratori dell’indotto che protestano pacificamente da oltre 20 giorni e il parterre centrale formato da politici attuali e della passata consiliatura. Politici, per lo più, di estrazione PD, ossia di quel partito che più di tutti ha massacrato e purtroppo continua a massacrare questa città. Con Renzi e Crocetta principali protagonisti del massacro. Ma con tanti altri comprimari a recitare magnificamente la parte.

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